Giraudo rompe il silenzio dopo 20 anni: "Calciopoli figlia dell'invidia di chi non ci batteva"

Giraudo rompe il silenzio dopo 20 anni: "Calciopoli figlia dell'invidia di chi non ci batteva"TuttoNapoli.net
© foto di Federico De Luca
Oggi alle 20:20Le Interviste
di Francesco Carbone
Dopo vent’anni di silenzio, Antonio Giraudo torna a parlare e ripercorre gli anni della Juve della Triade, Calciopoli, i rapporti con la famiglia Agnelli

Dopo vent’anni di silenzio, Antonio Giraudo torna a parlare e lo fa ripercorrendo uno dei capitoli più controversi della storia recente della Juventus e del calcio italiano. L’ex amministratore delegato bianconero, terzo componente della storica Triade insieme a Luciano Moggi e Roberto Bettega, ha scelto La Stampa per raccontare la sua versione dei fatti su Calciopoli, la vicenda che nel 2006 travolse la dirigenza juventina. Giraudo parte dalle conseguenze giudiziarie: “Ora è cambiato il contesto, i processi ordinari si sono conclusi senza alcuna condanna. E c'è una novità di giustizia sportiva: avevo chiesto il rito abbreviato perché volevo un giudizio veloce, ma la sensazione è che i giudizi abbiano tirato per le lunghe perché l'alternativa era assolvermi. E hanno mandato tutto in prescrizione”. L’ex dirigente si sofferma anche sulla recente sentenza della Corte di Giustizia UE: “La recente sentenza della Corte di Giustizia UE chiarisce un principio fondamentale, chi si vede inflitta una sanzione sportiva deve avere diritto a rivolgersi a un giudice in grado di valutarne la legittimità”. Poi torna a parlare di Calciopoli, definendola “una gogna mediatica senza precedenti”. E aggiunge: “Figlia dell'invidia di chi non ci ha battuto sul campo. Ma la vera conseguenza è stata affossare il calcio italiano: un topolino che ha partorito una montagna. Nessun campionato alterato, come disse Sandulli, presidente della Corte Federale, ‘un mondo fatto di cattive abitudini, non di illeciti classici’. E poi anche oggi mi sembra che si parli molto di una certa ‘arbitropoli’ e che il telefono sia ancora caldo. Ho rispettato le regole, lo dicono anche le sentenze”.

Dalla famiglia Agnelli a Berlusconi, fino alla Triade: “Ero a capo di un gruppo di persone”

Giraudo ripercorre poi i rapporti con la famiglia Agnelli e la fine della sua esperienza alla Juventus. Sui contatti avuti negli ultimi vent’anni racconta: “Ci saranno duecento persone dentro. Qualcuno l'ho incontrato a Londra in questi vent'anni”. L’ex dirigente spiega quindi che avrebbe voluto proseguire il proprio lavoro in bianconero, ma soltanto portando avanti il progetto già avviato: “Avrei proseguito, ma solo andando avanti sul progetto iniziato. Avevamo individuato un percorso per passare da società sportiva a media company, e poi entertainment company. Il 26 dicembre 2006 mi chiamò però l'Ingegner Elkann: si tornava ad essere una società solo sportiva. E con Romiti e Gabetti non ho mai legato”. Giraudo esprime anche una convinzione precisa su quello che sarebbe potuto accadere con Gianni e Umberto Agnelli ancora in vita: “Con Gianni e Umberto Agnelli viventi sarebbe successo nulla. Ci hanno seguiti, intercettati e spiati privatamente, non si sarebbero permessi nemmeno di immaginare certe cose. Sarebbe prevalso il codice di rispetto che vigeva nel capitalismo italiano”. Critico anche il giudizio sul comportamento della società dopo lo scoppio di Calciopoli: “Il comportamento della società mi ha sempre lasciato perplesso, ha chiesto il patteggiamento nel processo sui bilanci e i suoi dirigenti sono stati assolti. Ha accettato la Serie B senza aver neanche letto le intercettazioni. Errore enorme di valutazione. L'allora presidente Grande Stevens presentò una querela per infedeltà patrimoniale della mia gestione. Alla fine io sono stato assolto”.

Nel corso dell’intervista Giraudo dedica parole importanti anche a Gianni Agnelli: “L'Avvocato non era presente, era immanente. Appariva fisicamente nei momenti topici, senza il suo appoggio non avrei mai vinto la battaglia per lo stadio”. Sullo Stadium racconta invece un episodio personale: “Non ci sono mai voluto tornare, ho ceduto solo una volta perché mio figlio aveva comprato tre biglietti per i distinti, per me e il mio nipotino. Mi riconobbero e non riuscivo a uscire dallo stadio, tra foto, selfie e cori”. E alla domanda se oggi tornerebbe allo Stadium risponde: “Solo se mi invita l'Ingegner Elkann”. Proprio su John Elkann, Giraudo aggiunge: “Sì, ha il quid. Ha preso una Exor che capitalizzava 2 miliardi, oggi sono 22. La riservatezza non deve ingannare, ha retto da giovanissimo grandi personalità e oggi li ha superati. Ho apprezzato un suo sms in cui si complimentava con me dopo l'assoluzione nel processo sui bilanci”.

L’ex dirigente juventino ricorda poi Silvio Berlusconi, definendolo “Il più grande presidente che ho incontrato in dodici anni di attività calcistica”. Giraudo racconta anche il tentativo del presidente del Milan di portarlo in rossonero: “Sì, la prima volta venne da me Vittorio Feltri e mi disse che il Cavaliere era interessato per il Milan. Poi a Palazzo Grazioli, da soli. Mi ha lusingato ma non avrei mai potuto tradire Umberto Agnelli”. Tra gli aneddoti, anche quello legato a Gianluigi Buffon e Christian Abbiati: “Ricordo che Buffon subì un grave infortunio alla spalla in un Trofeo Berlusconi, al termine della partita Galliani voleva iniziare la trattativa per Abbiati. Berlusconi lo interruppe subito: ‘Non chiediamo nulla in cambio’”.

Infine, Giraudo torna sul ruolo dei componenti della Triade e chiarisce i rapporti di forza all’interno della Juventus: “Io. Il termine triade non mi piace, ero a capo di un gruppo di persone cui va dato merito dei risultati: Bettega, Romy Gai, Opezzi e Agricola”. Su Moggi aggiunge: “Gabetti e Boniperti non lo volevano. Il compromesso fu che veniva assunto senza potere di firma e rappresentanza nelle istituzioni. Come gestore di gruppo riconosco tutt'ora le capacità”. Ma non risparmia una critica: “Si è rovinato da solo nella comunicazione vanitosa. Ha fatto danni a se stesso e mancato di rispetto a chi ha lavorato con lui”. E quando gli viene chiesto chi preferisse tra i grandi campioni di quella Juventus, la risposta è netta e sorprendente: “Zidane, l'unico a cui abbiamo aumentato lo stipendio noi, senza che ce lo chiedesse”.