Da Zero a Dieci: la furia di papà Insigne su Carlo, la follia del fallimento, il Sarrismo nel dna ed il fantasma di Hamsik

Da Zero a Dieci: la furia di papà Insigne
19.04.2019 09:07 di Arturo Minervini Twitter:    Vedi letture
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Da Zero a Dieci: la furia di papà Insigne su Carlo,  la follia del fallimento, il Sarrismo nel dna ed il fantasma di Hamsik

(di Arturo Minervini) - Zero reti segnate all’Arsenal in 180'. Si parte da qui, da questa sterilità reiterata contro una difesa che ha concesso tante occasioni, venendo sempre graziata con una benevolenza che nemmeno Buddha nella leggenda dell’uomo che gli sputava in faccia e veniva perdonato. Il gol è la sublimazione di tutto il resto che, altrimenti, resta pura vanagloria e come noto “La vanità e la felicità sono incompatibili”. 

Uno l’errore di Meret, il primo da quando indossa la maglia azzurra. Un errore di gioventù che servirà ad Alex per migliorare anche in quelle situazioni. Nessuna croce sul ragazzo, che tra andate e ritorno ha compiuto almeno tre interventi da fenomeno vero. La lezione è sempre la stessa Alex: “Non perdo mai, imparo”.

Due gare con l’Arsenal ed una sensazione di incompiuto. Più strutturata la squadra di Emery per certe gare, eppure. C’è un eppure che non va giù. Certi episodi che potevano essere gestiti meglio, una scelta differente, una maggiore lucidità quando c’era da spingere un pallone comodo in rete. Ci sono tanti rimpianti in questo doppio confronto, una serie di flash-back che infestano la mente come api furiose uscite dall’alveare. Una strana sensazione di déjà-vu che si manifesta puntualmente quando c’è da fare l’ultimo passo, quello decisivo.

Tre palle giocate e tre errori in avvio gara per Insigne. Un segnale di sventura, nubi che si addensano sulla testa del capitano che finirà anzitempo la sua gara. A fargli più male quei fischi arrivati impietosi, dopo una prestazione arruffona ma generosa. Il punto, però, è un altro. Si può sempre vivere su questo filo sottile? Su questa onda emotiva che sale e scende? Cui prodest? Chi ha vantaggi da questa guerra fratricida tra partenopei? Riflettiamoci tutti. Lorenzo, su alcuni atteggiamenti. Il pubblico, con questi fucili puntati sempre pronti a far fuoco. L’immagine più eloquente della serata è Lorenzo con lo sguardo triste e tanti pensieri che frullano nella testa. Fare chiarezza.

Quattro squadre in semifinale tra Champions ed Europa League arrivano dalla Premier dove in questo momento si gioca uno sport differente. Mentre il calcio italiano si lascia divorare dalle sue incomprensioni interne, in Inghilterra costruiscono gli stadi ed esportano un prodotto CREDIBILE. Contemporaneamente in Italia (sondaggio della Gazzetta) l’80% dei tifosi crede che il campionato non sia regolare e pensa alla malafede arbitrale. Capite? Il canyon è destinato ad allargarsi sotto i colpi incessanti dell’ottusità dei governanti del nostro pallone.

Cinque sconfitte e quattro pareggi dall’ultima gara giocata da Hamsik. Marek, Atlante che portava in silenzio un grosso peso di questo Napoli, che adesso diventa mancanza lacerante. Che consuma gli altri del reparto, che schiaccia Insigne soffocato dal peso della fascia. Una cessione insensata, folle, azzardata che il Napoli ha pagato a caro prezzo. Non significa che con Hamsik avremmo eliminato l’Arsenal, ma sicuramente tutta questa seconda parte di stagione avrebbe avuto un volto differente. A gennaio-febbraio una squadra con ambizioni, non può pensare di cedere il suo cervello. Senza cervello si vaga, come i cattivi di The Walking Dead.

Sei un pacco. Questo il commento rivolto a Carlo Ancelotti da Carmine Insigne, padre di Lorenzo. Uno scivolone che fa male prima di tutto a Lorenzo. Una caduta di stile che doveva essere evitata per preservare il Napoli ed il suo capitano in un momento di criticità. Tra i punti di forza del Napoli dell’era De Laurentiis vi è senza dubbio l’unità di intenti, l’assenza di queste telenovelas in stile Icardi-Wanda Nara. “Un bel tacer non fu mai scritto”.

Sette in pagella col secondo posto. Le frasi sul presunto ‘Fallimento’ stagionale raccontano una discrepanza tra realtà ed aspettative sempre più lampante, cibo avvelenato diffuso da qualche disfattista per ricavarsi i quindici minuti di celebrità in stile Andy Warhol. Il Napoli chiuderà al secondo posto il campionato, ha battagliato in un girone di Champions folle, è arrivata ai quarti di Europa League in una stagione con tanti cambiamenti. Ogni analisi, anche la più critica, non può partire dall’ammissione che la stagione resta positiva come bilancio assoluto. Nello specifico, però, degli appunti potranno essere mossi.

Otto il numero di Fabiàn, simbolo di una rivoluzione avviata forse con troppo anticipo. L’addio di Hamsik era stato giustificato con la necessitò di portare lo spagnolo al centro, ma nella gara decisiva della stagione viene nuovamente dirottato a sinistra (anche per la condizione non ottimale). Quello su cui riflettere, però, è la programmazione che in mediana è venuta a mancare dopo le cessioni di Marek e Rog. Un reparto che si è ritrovato più logoro di Dorando Pietri alle Olimpiadi di Londra nel 1908 quando crollò prima del traguardo. Errori da non ripetere.

Nove a chi saprà sfruttare il tempo che manca. A chi saprà leggere negli occhi di una squadra che ad un certo punto della stagione si è smarrita, è andata a caccia di una nuova identità dopo aver lasciato per strada la vecchia pelle come un serpente. Il Sarrismo è scivolato via lentamente dal dorso di questo Napoli, ma forse si è sottovalutato un fattore: questo Napoli aveva il Sarrismo nella struttura genetica come l’adamantio era saldato nelle ossa di Wolverine. Allontanarsi dallo stesso, ha creato una sensazione di vuoto, di smarrimento, che è tornata a palesarsi a metà del guado. È il prezzo da pagare per ogni cambiamento, ad Ancelotti il compito più complicato di completare questa traghettata. 

Dieci al mercato che verrà. O meglio: il mercato che verrà dovrà essere da dieci. Durante Napoli-Arsenal è sembrato di vedere titoli di coda per un ciclo che stava morendo, lì, davanti agli occhi di tutti. Stimoli appassiti come un fiore che non trova più linfa, petali che si sono lentamente distaccati da questo progetto. Ad Ancelotti il compito di recidere rami che non faranno parte del futuro. Ad Ancelotti ed alla società la missione di individuare elementi che possano alzare ulteriormente il livello. Bisogna ritrovare entusiasmo, riaccendere quella fantasia che in questa stagione è stata stuzzicata davvero poche volte. Se si toglie ai tifosi la possibilità di sognare, il calcio muore lentamente. Ancelotti non può accontentarsi di essere questo, considerazione che è la più grande garanzia per il futuro.