Tuttonapoli

Prof. Clemente: "Il rischio di ignorare la differenza fra morale e diritto"

Prof. Clemente: "Il rischio di ignorare la differenza fra morale e diritto"
Oggi alle 11:20Le Interviste
di Fabio Tarantino

Guido Clemente di San Luca, Docente di Giuridicità delle regole del calcio presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Vanvitelli, si è espresso così ai nostri microfoni: "Immobile sul sediolino della Nisida, impietrito, dopo l’ottavo rigore. Nella memoria il refrain ossessivo dei due falliti da Lukakone e Lobo. Una delusione sorda e profonda. Sul campo non lo meritavamo. Perché lo ‘spumeggiante’ Como è stato disinnescato da un Napoli che, pur pesantemente incerottato, è coriaceo e volitivo, riassumendosi bene nel continuo volteggiare combattivo di Antonio Vergara. Un Napoli che vede, ancora una volta, i suoi sforzi pregiudicati da una direzione di gara per qualificare la quale s’affollano nella mente tutti i possibili aggettivi di riprovazione: censurabile, disdicevole, biasimevole, indegna, vergognosa, bieca, sconcia, esecrabile, scandalosa, spregevole, turpe. In una, a dir poco, ignobile. Almeno tanto quanto i commenti assolutori da parte dei presunti o sedicenti esperti che riempiono i salotti televisivi nazionali, colmi di una benevolenza non più accettabile. Presumere la buona fede è ormai diventato impossibile.

Adesso, comunque, bisogna resettare e concentrarsi sull’ultimo, e assolutamente non fallibile, obiettivo stagionale. Lasciando al mister il compito di farlo. Cruciali le sfide con Roma e Atalanta. Però non possiamo non soffermarci sulla oscena gazzarra montata ad arte contro lo scugnizzo azzurro per il rigore conquistato a Genova. Gazzarra che ha fatto breccia – incredibilmente – persino nelle trasmissioni locali. E che impone al povero studioso di provincia di evidenziare la preoccupante confusione che si fa tra morale e diritto. Bisogna, cioè, ricordare quanto sia fondamentale la differenza fra i due concetti per distinguere lo Stato di diritto dallo Stato etico. Volendo evitare l’accusa di astrattezza teorica, tornerò su queste nozioni alla fine, dopo aver provato a spiegare la differenza facendo riferimento agli episodi che hanno causato i due rigori in Genoa-Napoli. Devo cominciare richiamando alcune delle innumerevoli dichiarazioni sull’evento. Tanto roboanti, quanto pregne di un moralismo d’accatto. Quelle rilasciate da Gasperini, il quale – dopo aver reso noto che in alcune società si «iniziano ad avere persone strane che entrano nel mondo arbitrale e insegnano ai giocatori come restare a terra, come rimanere giù se vengono toccati» – si erge a predicatore etico-comportamentale: «Il gioco del calcio dovrebbe essere qualcosa di leale, invece così si allontana dallo sport. Cercare di fregare un cartellino, un rigore, un’ammonizione o un cartellino rosso, è distante da tutti gli altri sport». Ma poi si contraddice, riconoscendo che «Il calcio è diverso perché ci sono grandi interessi e c’è la necessità di fare risultati». Salvo poi nuovamente contorcersi sui suoi pensieri, quando si fa auspice di buoni propositi in stile francescano: «però dobbiamo far cambiare questo tipo di sistema, che è veramente penalizzante per il nostro sport e anche per noi. Non so per quale motivo bisogna ridurre questo sport al cercare di rubacchiare». Poi c’è Spalletti, protagonista di una vera e propria sceneggiata (in coerenza con l’acquisita cittadinanza): «Ti posso dare un bacio?» – rivolto alla giornalista Zille, cui dà un bacio sulla spalla – «Ti ho dato un bacio, è un contatto, ti ho dato una carezza, è un contatto. Bisognerà vedere che tipo di contatto si ha. È un impatto. La difficoltà ci sarà sempre se si crede di creare delle regole che dicono: “Fallo di mano tutti rigori, step on foot tutti rigori”. Ma non è così». E come sarebbe?

Dichiarazioni riprese da tantissimi opinionisti, che rivelano un certo pressapochismo culturale, in generale. E, in particolare, una conoscenza abbastanza modesta delle stesse regole del calcio. Quella che difetta palesemente anche al nostro amato JJ, che avrebbe fatto meglio ad astenersi dal rendere un servigio al partito de «il bel calcio di una volta». Sì, quello del «campionato col verme». Caro Giovanni Gesù, qualcuno dovrebbe aiutarti a capire che è una radicale sciocchezza dire «che sia stato fatto un passo indietro invece che avanti». Perché – vedi – il tuo tocco «di mano contro il Lecce» era fallo (come anche tu lo definisci). Non potevi fare nulla di diverso? Forse. Nondimeno, hai commesso fallo e l’arbitro non deve interpretare. Solo prendere atto del fatto alla review. La questione è che le regole vengono fatte rispettare a intermittenza, giocando proprio sul lasciare al direttore di gara uno spazio valutativo incontrollabile che gli consente di indirizzare le partite in maniera del tutto arbitraria. E pure sui «pestoni»: è vero che «il calcio si gioca coi piedi», ma non lo si può giocare in maniera «negligente». Se tocchi l’avversario in maniera negligente, stai compiendo un fallo. Che sia fuori o dentro l’area. Solo che il VAR può/deve intervenire soltanto nelle quattro fattispecie codificate, e quindi non per gli interventi fuori area (a meno che non si tratti di comportamenti da espulsione diretta). Credimi, è molto più difficile continuare ad «essere un appassionato» se le illegittimità inspiegabili sono così frequenti da non consentire più la presunzione di buona fede. Sì, se «Chiellini, Bonucci e Barzagli», o «Samuel, Lucio e Chivu», giocassero oggi, farebbero «una partita sì e una no». Vivaddio! Diego e Careca avrebbero segnato il triplo dei gol.

Insomma, JJ, il problema non sta nel VAR – strumento prezioso di autotutela per assicurare la legalità delle decisioni, l’interesse pubblico alla regolarità della competizione –, sta invece nelle dichiarazioni di Tommasi a Open VAR: «In verità è una semplice presa di posizione, un movimento del tutto accidentale da parte di Cornet e non è assolutamente fallo. Lo step on foot nasce per punire imprudenza, qua c’è solo una presa di posizione. Tocca il collo del piede, ma è una normale dinamica calcistica. Non c’è né imprudenza né punibilità. La prima immagine può apparire fallosa, ma calcisticamente c’è ben poco. È una ‘strisciata’ accidentale, il fallo deve essere chiaro, non così». Mentre «lo sgambetto di Meret su Vitinha è chiaro». Lì l’evidente intenzione dell’attaccante di procurarsi il fallo non conta. È questo il problema. La sistematica menzogna di chi, incarnando l’istituzione, non dovrebbe mentire. Non è vero, infatti: 1) che si tratti di uno «step on foot», ma piuttosto di un mezzo sgambetto, e pertanto, non di «imprudenza», bensì di «negligenza», e dunque di «punibilità»; 2) che si tratti di una «semplice presa di posizione», visto che costituisce una «presa di posizione» fallosa, perché conquistata con «negligenza»; 3) che sia rilevante la valutazione sulla normalità o meno della «dinamica calcistica», o sul «movimento», essendo giuridicamente insignificante il suo esser «del tutto accidentale»; 4) che l’OFR debba chiamarsi per «un errore evidente»; il Protocollo dispone che l’«errore chiaro ed evidente» debba esser riconosciuto dal direttore di gara all’esito della review cui il VAR ha il dovere di chiamarlo (del resto, è proprio lui a ricordarlo: «è l’arbitro centrale il portatore finale della decisione») senza alcuna delibazione dell’errore; il VAR non deve «interpretare», né «aiutare», né «consigliare», bensì solo mostrare immagini, senza commentare; gli arbitri «tremano» quando «vengono richiamati» perché le immagini vengono illegittimamente utilizzate allo scopo di condizionarli, e non per consentirgli di rendersi conto se siano incorsi o no in un «chiaro ed evidente errore»; se il VAR «genera confusione», e se «ha tolto potere agli arbitri», è solo perché viene intenzionalmente adoperato contra legem, puntandosi a far fallire il mezzo che garantisce legalità. Che Vitinha faccia il furbo (visto che sembra trascinare la gamba prima dell’impatto) non è rilevabile in maniera oggettiva. Quel che conta è che Meret lo ostacola in maniera obiettivamente «negligente», e perciò illegale. Così Vergara. Senza il «negligente» tocco di Cornet, lo scugnizzo non sarebbe caduto. Questo solo rileva. Se l’uno o l’altro abbia agito per trarre in inganno l’avversario o l’arbitro, è del tutto insignificante sotto il profilo del diritto. A meno che l’intento non sia comprovabile (ad esempio, laddove le immagini dimostrino, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non vi sia stato contatto). Non però sulla base dell’arbitraria interpretazione del direttore di gara. La Regola 12 disciplina i falli di gioco. Cioè il confine tra il contatto legale («il calcio è sport di contatto») e quello illegale (un conto è che i calciatori entrino in contatto, altro che lo facciano secundum legem). Ebbene, non è conforme alla norma il contatto frutto di «negligenza, imprudenza o vigoria sproporzionata». Quel che rileva, sul piano giuridico, non è l’intenzione del giocatore (per definizione appartenente alla sua sfera intima), ma quanto è oggettivamente rilevabile dal fatto. Ogni altra imposizione che si basi sull’etica comportamentale pone nelle mani dell’arbitro un potere illimitato e incontrollabile: quello di interpretare le intenzioni dell’agente. Sappiamo bene che egli deve assumere le decisioni anche in base allo «spirito del gioco», e che «ha la discrezionalità di assumere azioni appropriate» (Regola 5). Laddove il calciatore «tenta di ingannare l’arbitro», compiendo una «simulazione», deve ammonirlo «per comportamento antisportivo». Tuttavia, ciò non significa che possa farlo senza aver oggettivamente rinvenuto «atti, gesti o atteggiamenti contrari allo spirito del gioco». Non inferendoli in base alla sua sensazione.

D’altronde, il giocatore, come ogni essere umano – e torniamo per concludere alle nozioni generali –, ha il diritto di violare la legge, salvo assumersi il rischio di subire la sanzione prevista. È il dramma di Antigone, che si ribella alla legge che reputa ingiusta, ma deve sopportarne l’applicazione. Il diritto a trasgredire è inviolabile. Guai a pretendere l’omologazione della coscienza personale a quella collettiva. La morale individuale non può essere confusa con quella di Stato. Altrimenti si versa nel pericolosissimo Stato etico. All’ordinamento (generale o sportivo che sia) compete di rilevare le violazioni di legge, non di imporre una visione etica. Questa rimane nella inviolabile sfera soggettiva. I comportamenti individuali sono, sì, sottoponibili al giudizio etico dei consociati. Ma allo Stato compete di reprimerli soltanto laddove siano contrari alle norme giuridiche, non all’etica. Questo è proprio degli Stati assoluti, dei regimi totalitari. Quelli, cioè, che ritengono di incarnare una visione morale, e di imporre ai sudditi un determinato stile di vita. Per fortuna, noi siamo cittadini. E possiamo seguire la morale di ciascuno, senza dover soggiacere a quella pubblica. Stato etico, educatore e creatore di una morale pubblica, fu quello fascista. Dal quale per fortuna i nostri padri ci liberarono, regalandoci la Costituzione che, ripudiando ogni forma di totalitarismo, ha sposato il pluralismo dello Stato di diritto".