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Clemente di San Luca: "Lo scoramento per un’impresa quasi impossibile"

Clemente di San Luca: "Lo scoramento per un’impresa quasi impossibile"
Oggi alle 10:50Esclusive
di Fabio Tarantino
fonte di Guido Clemente di San Luca
Napoli in crisi, l'analisi del professore Guido Clemente di San Luca

Allo stato delle cose, conquistare un posto nella prossima Champions e riuscire a superare la fase torneo della competizione in corso si profila, per il Napoli, come un’impresa quasi impossibile. Secondo me – continuo a ripeterlo come un disco incantato, in contrappunto alla nutrita schiera dei suoi nostalgici –, la principale responsabilità della deprimente situazione attuale è da rinvenirsi nei due anni di gestione Conte (quelle di Allegri risolvendosi essenzialmente nell’aver firmato ‘a scatola chiusa’). Mentre la stagione dell’avvilente decimo posto derivò dalla perdita della guida di Spalletti, colpevolmente sottovalutata, quella in corso è figlia – oltre che dell’invecchiamento della rosa inspiegabilmente ignorato – della scellerata conduzione del mister salentino/sabaudo, offuscata dai risultati ottenuti. Senza un’analisi ragionevole dei fatti: la cospicua incidenza della buona sorte nel conseguimento di quei risultati; l’esasperato sfruttamento psico-fisico dei calciatori che il perseguirli ha comportato; il dissennato mettere in crisi la virtuosa gestione finanziaria, con pretese di acquisti a prezzi inevitabilmente gonfiati pur di averli a disposizione prima del ritiro; e, last but not least, l’incalcolabile danno inferto all’identità antropologica del popolo azzurro, ‘juventinizzandone’ i tratti.

Non meno impossibile è l’impresa di far comprendere l’importanza decisiva della questione ‘legalità’ anche nell’ordinamento del calcio. Chi guarda le partite registra, attonito, l’arbitrio assoluto delle decisioni arbitrali. Stiamo attenti: riconoscerlo in capo ai direttori di gara, solo per adesso sembra non generare il favorire una squadra rispetto ad un’altra (si riscontra che le illegittimità penalizzino un po’ tutte), ma finisce per assegnare loro un potere – non attribuito dalle norme – che risulterà decisivo più avanti, nel momento cruciale della competizione. In tv, per spiegare l’omissione nel decretare la commissione dei falli, telecronisti, commentatori e giornalisti si esprimono ormai apertamente adoperando la locuzione «secondo le nuove regole». Ma le regole non sono cambiate. Le ‘linee-guida’ di Orsato non sono tali!

Un’impresa, s’intuisce, sicuramente meno dolorosa per l’animo del tifoso partenopeo (perché la sua importanza è meno percepita). Ma ben più allarmante, se si pone mente a quanto il cammino intrapreso in questa battaglia sia irto di difficoltà. Giornalisti pur attenti ed impegnati che faticano a distinguere la rilevazione del fatto dalla sua qualificazione giuridica. Amici (colti, ma non giuristi) che, non diversamente, stentano a capire la differenza. Il contrasto persino con i miei allievi (coautori con me delle Lezioni di Giuridicità delle regole del calcio), che si uniformano al moralistico coro di condanna per la simulazione di Beukema a Torino (e, per non inasprire il confronto col maestro, concludono «Vabbè, tu vedi una cosa, io ne vedo un’altra», così finendo anch’essi per negare di fatto la differenza).

Lo scoramento è pari alla sfiducia. L’uno e l’altra mi hanno letteralmente assalito seguendo da remoto, venerdì scorso, una parte dello splendido convegno organizzato dall’Università Mediterranea di Reggio Calabria, su “Uno sguardo interdisciplinare. L’interpretazione giuridica oggi” (e segnatamente le relazioni tenute da V. Manes, nel panel di Diritto penale, e da V. Veluzzi, nel panel su “L’interpretazione giudiziale tra discrezionalità e responsabilità”). Mentre ascoltavo riflettevo, ponendomi questa domanda: come si può spiegare alla gente, con parole semplici, i contenuti, tanto imprescindibili quanto sofisticati, su cui i giuristi s’interrogano e lavorano? E cioè, per quel che qui interessa, come si può far comprendere la differenza tra discrezionalità nella interpretazione della norma (nel nostro caso cosa significano le parole della Regola 12 che definiscono, ad esempio, la «vigoria sproporzionata»), nella rilevazione dei fatti (se può essere opinabile aver colpito o no l’avversario), nella qualificazione giuridica di questi (se quel colpire è giuridicamente qualificabile come «negligenza», «imprudenza» o «vigoria sproporzionata») e nella scelta di contemperamento degli interessi in gioco (se sia libera la scelta di comminare o no la sanzione del ‘giallo’ per un intervento ‘negligente’)?

Comunque, a prescindere da questa fatica improba (che comunque non smetterò di fare finché ne avrò la forza), la verità è che il calcio sta diventando [con le illuminanti parole di L. Zanolari, Come sporcare il gioco più bello del mondo (e come ripulirlo), in un pezzo scritto per www.naufraghi.ch, media online indipendente della Svizzera italiana] «sempre più simile al rugby e talvolta anche al calcio-rissa medioevale». Che in maniera diffusa si sta effettivamente auspicando «il ripristino della regola n. 10 del 26 ottobre 1863, quando alla ‘Taverna dei Framassoni’ di Great Queen Street a Londra il calcio fu separato dal rugby: ‘no player shall use his hands to push or pull his adversary’» («nessun giocatore userà le mani per spingere o tirare l’avversario»). Volutamente dimenticando che «le mani, secondo la regola del 1863, non si possono usare tout court, né con poco né con tanto vigore», e invece sembra che nel calcio attuale si possa «spingere, trattenere, afferrare per il collo, “ma non troppo”».

Ribadisco: le inaccettabili e ripetute decisioni illegittime, clamorose pure nell’ultima giornata di campionato, sono la spia evidente (e assai preoccupante) del tradimento nei fatti dei fondamentali principi dello Stato di diritto. «Le democrazie raramente crollano per le menzogne; si sgretolano quando i cittadini accettano che le regole possono essere piegate da chi detiene il potere» (Stephan Lewandowsky, Accettare le bugie erode la democrazia, in Sole24ore, supplemento di domenica 1° novembre).