Da 0 a 10: il mistero dei tre cartellini, le previsioni catastrofiche, la confessione di Allegri e l'inaccettabile scelta del club
Zero al giustizialismo che si percepisce in giro, che penetra dal web e pure nei salotti televisivi. Pare che in molti stiano lì, ad attendere la tragedia, quasi la bramano, c’hanno più maschere delle influencer che sponsorizzano i prodotti di bellezza, finti come le espressioni dei pizzaioli che assaggiano le loro pizze. Gente che vuole bene solo al proprio pensiero, ha la bandiera con sopra stampata la propria faccia. Sarà un anno lungo, per colpa di questa deriva.
Uno il regolamento, come sempre piegato al volere dei singoli interpreti. È l’oggetto che si fa soggetto, la legge che muta in parere che può mutare a seconda degli interpreti. Lautaro Martinez prende un giallo, manda in mondovisione a quel paese Sozza, poco dopo volontariamente rifila una gomitata nel fianco di Rafa Marin, poi segna e si arrampica sulla balaustra, cosa che comporterebbe il giallo automatico. Sommandoli, fanno tre cartellini gialli. E com’è che non è stato espulso?
Due gol presi quando Allegri si ricorda di essere Allegri: d’altronde la felicità è fatta di attimi di dimenticanza. Il mister tira fuori la parte peggiore del repertorio, lancia in campo uno spaesato Badiashile per passare alla difesa a cinque e viene punito. Il discorso sarebbe poi più ampio, sulle scelte del club che non ha avuto la forza di acquistare un centrale PRONTO, non una scommessa. Resta però l’errore del tecnico, che ha trasmesso la propria paura anche alla squadra con quella mossa: il panico è sempre più rapido delle gambe che devono portarlo.
Tre metri, forse meno, e Anguissa fagocita tutto ciò che di bello può esserci in un weekend. Pizza, spritz, frittura di pesce, spaghetti alle vongole: ogni cosa è guasta, c’è il retrogusto amaro di quel gol sbagliato da Frank. Che proprio non va giù, che ha il sapore delle occasioni che passano una volta sola e, quando le lasci andare, continuano a bussarti in testa per giorni. Bastava spingerla dentro. Tre metri, forse meno. Ma a volte è proprio la distanza più breve quella che separa la felicità dal rimpianto.
Quattro giorni per riprendersi da un ceffone in faccia. Si dice che il riposo del corpo possa contribuire all’armonia degli spiriti, ma il ko di San Siro rischia di lasciare segni ben più profondi, quelli che non si vedono, che lasciano però in balia di fragilità poi difficili da debellare. Arriva l’Arsenal, un’armata assoluta. Ci vorrà la magia della Champions e la spinta del Maradona per lanciare il cuore oltre l’ostacolo.
Cinque a pressare ed arriva il gol di Politano. Ci avevano detto che il gol del Como, quello di Douvikas al Maradona, il Napoli non potesse mai farlo, perché non pressava. A San Siro, invece, il Napoli ha mostrato sprazzi di coraggio, di intraprendenza, di quell’aggressività e ferocia che sono state marchio di fabbrica della squadra di Conte. Perché poi tirare i remi in barca? Dilemma indissolubile come la domanda: è più resistente il Nokia 3310 o il roccocò?
Sei e mezzo a De Bruyne, che forse qualcuno non se n’è accorto, ma nel nulla cosmico dell’ultima mezz’ora aveva messo in porta prima Neres, poi servito a Lucca un pallone meraviglioso sull’errore poi di Anguissa. Il calcio dentro ad un calcio che aveva smesso di esistere. Una parte, per il tutto. Una sineddoche del pallone Kevin, con tutte le sue visioni appartengono ad una categoria protetta da premiare al Festival del Cinema di Venezia. Forse è il momento di vederlo titolare.
Sette marzo, l’ultima in campo di Badiashile in FA Cup col Chelsea. Ancora impolverato, viene lanciato in campo contro la squadra più forte del campionato, nel momento più complicato: non una buona idea. Di Allegri si è detto, il tecnico ha pure ammesso lo sbaglio, ma non è l’unico colpevole. Il 17 luglio veniva annunciato l’infortunio di Buongiorno, il club ha pensato aspettare fine mercato per prendere uno che aveva chiaramente bisogno di tempo per ritrovarsi? Non tutte le creme che spalmiamo sul viso ci rendono più belli, le creme hanno bisogno di tempo. E pure di essere quelle giuste per le nostre esigenze. Qui si è badato, il cognome è già un indizio, al risparmio.
Otto alla determinazione di Alisson, che non può essere più considerato una sorpresa. Martella sulla fascia, mette in porta Anguissa dopo pochi minuti con una gran giocata, entra anche nell’azione del primo gol. Dal dizionario Guastatore: “si occupa di superare gli ostacoli sul campo di battaglia, distruggere le fortificazioni o i mezzi nemici e bonificare gli ordigni esplosivi”. Con una piccola variante: l’ordigno esplosivo è lui.
Nove al gol da nove vero di Hojlund, che segna un’altra perla dopo quella al Como. E meno male che doveva essere un problema, che i soldi erano stati buttati e che non segnava. Come canta Vasco: “Siamo i soliti. Quelli che hanno frequentato pericolose abitudini, già, le pericolose abitudini della banalità”. Il ragazzo risponde con controllo a seguire col mancino e con lo stesso piede palla in buca d’angolo, come un lampo nella notte di San Siro. Coccoliamolo Rasmus, che può davvero diventare un top nel suo ruolo. Ha fisico, tecnica e carattere per divenire una meravigliosa farfalla.
Dieci alle cose positive, che non son state poche. Che sarebbe stupido accantonarle in un angolo come Baby di Dirty Dancing, puntiamoci invece i riflettori. Il Napoli sul 2-2 ha sprecato due occasioni clamorose con Neres e Anguissa, poteva vincerla come poteva perderla. Ma il Napoli c’è. E forse avrebbe bisogno di fiducia, di sentirla sulla pelle. “In questa vita bisogna scegliere tra essere un’anatra ed essere un cigno. Il cigno è una delle poche specie al mondo monogame e romantiche. E l’anatra ovviamente è libertina e promiscua. Più si ama e meglio è. Io sono sicuramente un cigno. Per me l’amore è concentrarmi su qualcuno e godere di questa concentrazione”. Volete essere cigni o anatre?
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