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Clemente di San Luca a TN: "Il delirio (quasi) collettivo e il danno (forse irreparabile) causato da Conte"

Clemente di San Luca a TN: "Il delirio (quasi) collettivo e il danno (forse irreparabile) causato da Conte"
Oggi alle 10:50Le Interviste
di Arturo Minervini
Il Professor Guido Clemente di San Luca ha scritto un articolo per Tuttonapoli.net. sull'addio di Conte.

Il Professor Guido Clemente di San Luca, docente di Giuridicità delle regole del calcio al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli ha scritto un articolo per Tuttonapoli.net. sull'addio di Conte.

"Riprendo a scrivere dopo più di tre mesi. Il mio ultimo pezzo risale al 26 febbraio scorso. Sembra passato un secolo. Commentavo la partita di Bergamo (con disgusto e amarezza per le ormai consuete, e purtroppo sistematicamente ricorrenti, decisioni arbitrali illegittime). Ho scelto il silenzio, mi sono messo in pausa, fino al termine del campionato, anche per dedicarmi alla pubblicazione di «Malatìa azzurra e identità», appena uscito. Per questo, chiedendo scusa, non sarò breve.

1. La stagione s’è conclusa in maniera veramente indecorosa. Si poteva evitare. Ma, per certi versi, forse è meglio così. A scanso di ogni ambiguità di sorta. Mi auto-denuncio. Sento di essere annoverabile tra i «falliti», i «tifosotti», gli «avvelenatori di pozzi». Naturalmente – com’è evidente – solo da chi propone questa narrazione tossica e intossicante. Non nella mia convinzione.

La incommentabile conferenza-stampa dopo l’ultima di campionato, che ha visto la presenza (in apparenza) congiunta, ma (nella sostanza) palesemente disgiunta, del Presidente e di Conte, può definirsi come la prova definitiva del processo di ‘juventinizzazione’ che c’è stato imposto in questi ultimi due anni. Processo sul quale misi in guardia sin da subito (negli articoli del 4 e 8 giugno 2024) e dal quale – ad osservare il prosieguo in atto – appare sempre più difficile uscire.

Quando ha giustificato la rinuncia a proseguire, adducendo di non esser stato capace di «compattare» l’ambiente (sebbene l’argomento sia privo di ogni minima credibilità), Conte ha rivelato – una volta di più, se ve ne fosse bisogno – la cultura tipica degli Stati assoluti di cui è imbevuto. Il paragone è forse ardito, ma a me non pare peregrino. Al termine della partita con l’Udinese, dagli spalti – mentre i più tributavano al mister il pur giusto ringraziamento (Napoli è sempre generosa) – ho urlato a gran voce: «Oggi è come il 25 aprile: liberazione!». La conferenza-stampa ha confermato che, nel biennio appena trascorso, per amore, siamo stati costretti a convivere con una visione del mondo non dissimile da quella del deprecato ventennio. Messa solennemente al bando dalla Costituzione, che ha costruito la Repubblica su irrinunciabili fondamenta di pluralismo e libertà di manifestazione del pensiero. Una realtà istituzionale perfettamente coerente con la storia e l’antropologia di Napoli. Città porosa, aperta, ospitale, crocevia di culture, grembo allettante per le contaminazioni. Che accoglie con naturalezza le diversità, e respinge dal profondo il pensiero unico.

Gli adulatori di Conte

2. Tornando al calcio, col mitizzare un allenatore che incarna la vera e propria negazione della nostra essenza, è stato prodotto un danno difficilmente riparabile. Gli adulatori acritici di Antonio Conte si sono assunti la responsabilità del misfatto. Hanno contribuito a favorire il ‘piegamento’ di Napoli su un meridionale (solo per i natali) che impersona il tradimento dei suoi usi e costumi. Lo so, è un paradosso, ma sotto questo profilo, ad oggi, il 4° scudetto potrebbe addirittura definirsi una iattura, perché ha portato l’azzurro – speriamo non definitivamente – in una disgustosa deriva bianconera. Sono fuori di testa? Forse. A me pare, però, che lo sia più chi, pur senza rendersene conto, è finito col professare i valori che negano la nostra tradizione.

Perché – vedete – qui non è questione di «odiare» o «parlar male» di Juventus, Inter o Milan. Si tratta invece, semplicemente, di riflettere sulle ragioni della nostra diversità rispetto a loro. Certo, uno può pure ritenere che non vi sia differenza, che il nostro tifo è uguale al loro, che un antropologo o un sociologo, da osservatori distaccati, non rileverebbero distinzioni. Siccome, però, io penso che l’‘antijuventinità’ sia elemento (almeno co-) definitorio dell’identità azzurra, considero un’autentica stoltezza rassegnarsi a far proprio il motto del nostro antipode: «La vittoria non è importante, è l’unica cosa che conta!». Ebbene, Conte è – dichiaratamente – juventino nell’anima (basta con la storia del ‘professionista’: si può fare bene il proprio mestiere anche coniugandolo con i sentimenti, e non contraddicendoli). Solo chi tiene questo bene a mente può gridare con coerenza che la Juve è quel che diffusamente si pensa essa sia. Chi ha idolatrato Conte non lo può più fare. I pozzi li avvelenano coloro che non raccontano il vero, nascondendosi dietro il paravento dei risultati e, insulsamente fraintendendolo, dello slogan «solo la maglia!». Una vergogna che merita solo compassionevole pietà. Non vale la pena sprecare tempo a discutere con chi si mostra veramente patetico. Il Napoli si ama molto più predicando questo credo, che seguendo gli scendiletto privi di pensiero.

Per un tifoso azzurro, il Napoli costituisce un modo di essere e di pensare radicalmente opposto. Conta, sì, vincere, ma pure come lo si fa. Non è sufficiente ottenere i risultati. Bisogna conseguirli lasciando nell’anima, e nella memoria, la bellezza generata. Sia chiaro, la bellezza è soggettiva (sennò si professerebbe il pensiero unico, incoerentemente negando il pluralismo). Tuttavia – ove si voglia restare fedeli alla nostra identità – è indispensabile agire per ricercarla. Pur seguendo gli itinerari più diversi. C’è un detto, fra i tanti, che rappresenta Napoli assai efficacemente: «Chi nun tene coraggio, nun se cocca cu ’e femmene belle». Parte cospicua dell’essenza della nostra città (con tutti i difetti e le contraddizioni in essa radicati), per la sua storia, è questa.

3. È dolorosamente sconcertante dover registrare l’autentica mistificazione della realtà che si rinviene nel dichiarare che non si rinuncerebbe «mai a Conte per il bel gioco», e che non si sarà «felice di giocare bene e perdere» (ma non è forse peggio perdere giocando male?). Così come rappresenta una tipica deformazione degli scienziati ‘duri’ affermare che «Conte è di gran lunga il migliore» sulla base dei curricula. Per considerare buono un curriculum, invero, la ‘quantità’ dei titoli non è tutto. Dev’esserci anche la ‘qualità’ delle pubblicazioni. E per decretare correttamente la vittoria di un concorso, vanno altresì valutate le prove, per superare le quali occorre dimostrare capacità creativa, di comunicazione, di seduzione, finezza nell’eloquio. Insomma, alla quantità si deve sempre accompagnare la qualità.

D’altronde, le riferite dichiarazioni hanno trovato una clamorosa smentita nelle parole di KDB: «Conte ha una visione del calcio molto diversa dalla mia, non giriamoci intorno. Non ho mai potuto giocare veramente nel mio ruolo». «Giochiamo in modo molto difensivo». «Se sono contento che Conte vada via? Per me sì. Secondo me non doveva restare». E poi «il modo di giocare è per me molto importante. Deve anche continuare a divertirmi, e purtroppo questo mi è mancato un po’». «L’anno scorso sono state dette certe cose: “Giocheremo in un certo modo, faremo questo e quello”, ma poi poco di tutto questo si è concretizzato, e questo chiaramente dispiace».

Per fortuna, nell’anima e nella testa del popolo azzurro c’è ancora una larga base solida. Capace di riconoscere che il risultato dell’anno scorso è stato ottenuto giocando, più o meno, una schifezza. Ovviamente, siamo stati tutti contenti, eccitati e inebriati da quel finale thrilling. Che ha finito, però, per drogare il giudizio. Al punto che si è giunti al fuorviante racconto secondo cui si vince giocando male (come tutti, in verità, riconoscevano che avevamo fatto, ma molti dicendo «chi se ne frega»), e giocar bene è sinonimo di sconfitta. Ma la disputa fra ‘giochisti’ e ‘risultatisti’ è un’autentica stupidaggine. In quale categoria si collocano i vari Guardiola, Klopp, Arteta, Emery, Luis Enrique, e così via? Essendo indiscutibilmente ‘giochisti’, non avrebbero dovuto conseguire risultati? Suvvia. S’interroghino, dunque, i cinici idolatranti Conte: quel ‘maledetto’ goal in più si ottiene con maggior facilità puntando a giocar bene, non rinnegando i nostri valori costitutivi. Così, se si perde (eventualità la più probabile, visto che a vincere è uno soltanto), almeno si rimane fedeli a sé stessi. Peraltro, è difficile non convenire che gioco e risultato stiano fra loro in rapporto di causa (gioco) ed effetto (risultato). Perciò, giocare bene o male non è indifferente. Si vince se si gioca male, e si perde se si gioca bene? Chi ha vinto la Champions? E come giocano le 4 semifinaliste (persino l’Atletico)? Insomma, dove sta scritto che giocando bene non si vince?

Il tema del gioco di Conte

4. Ma poi, se gioca male, il Napoli ‘onora’ la maglia? E quali sarebbero i veri tifosi? Credo, quanto a malatìa, di non essere secondo a nessuno. Ma che la vittoria sia l’«unica cosa che conta» non mi appartiene. Perché questo è il confine – per me invalicabile – tra noi e i non colorati. A meno di non voler perdere l’identità. Sono stato fiero e contento di tanti Napoli (quello di Chiappella o di Vinicio, di Mazzarri, di Sarri o di Spalletti) anche arrivando secondo, terzo o quarto. Me li ricordo con gioia ed orgoglio. Del Napoli di Conte – oltre ad una comunicazione autoreferenziale, supponente, arrogante: in una, juventina – resteranno i due titoli conquistati, sì, ma accompagnati dal tormento settimanale per un gioco asfittico, privo di allegria. Un insopportabile ‘non gioco’, fatto indubbiamente di strenua (ma stressante) tenacia, niente di più. Se non l’esser assistito da un kairos molto favorevole. Il pathos delle ultime giornate del campionato 2024/25 è stato così straordinario da confondere le idee, facendo scambiare il brutto per bello.

Non nego affatto che la malatìa possa avere varie modalità di espressione. Se ragioniamo, però, guardando all’antropologia partenopea, l’identità azzurra si nutre di bellezza. Come forse in nessun altro posto al mondo, la squadra rappresenta la città ed il suo popolo. Si è liberi di non riconoscerlo, ci mancherebbe. Nondimeno, liquidare come «incomprensibile» il pensiero non allineato è proprio di chi professa l’intolleranza, tipica della ‘juventinità’. Si ricordi, per fare un esempio, che quando – ostentando il ‘risultato’ della conquista dell’Etiopia quale manifestazione dell’italica magnificenza – il duce costituì, nel 1936, la colonia dell’Africa Orientale Italiana, pochissimi si resero conto della definitiva tragedia che quel ‘risultato’ stava preparando.

Dietro lo slogan «solo la maglia», si nasconde spesso una macroscopica miopia. Che per onorarla si debba per forza vincere. È questo che sta a significare la maglia? Beh, ragionevolmente no. Perché maglia sarebbe sinonimo di identità. La quale, per carità, va considerata «un costrutto socio-culturale fluido, relazionale e dinamico, non un’essenza fissa». Tuttavia, essa «si forma attraverso processi di identificazione e differenziazione, definendo un “Noi” in contrapposizione agli “Altri”». Certo, si modifica «costantemente nel tempo», non è «immutabile», è bensì «processo in continuo divenire», che si «adatta alle trasformazioni storiche, alle migrazioni e ai contatti tra culture diverse». Quel “Noi”, però, non si trasforma d’emblée in ciò che sono gli “Altri”. Quando gli italiani compresero il dramma fascista fecero la Resistenza. Perché, allora, chi resiste alla deriva ‘juventinizzante’ sarebbe un avvelenatore di pozzi, e non, invece, un autentico partigiano azzurro?

5. L’assunzione di Allegri sembra dimostrare che il processo di ‘juventinizzazione’ sia tuttora in corso. Non tanto per la sua storia e la sua anima bianconera (lo è molto meno di quella di Conte), quanto per le modalità seguite, che sono parse levantine. Col dispregio più palese d’ogni linearità ed eleganza comportamentali. È veramente risibile che ADL abbia scartato Italiano perché l’agente – pur avendo dichiarato la piena adesione al progetto (con un contratto, a quanto si sa, di gran lunga meno oneroso rispetto a quello di Allegri) – avrebbe chiesto di dare la risposta definitiva solo dopo essersi liberato dal contratto col Bologna. Ciò che ha fatto tempestivamente, mentre Allegri ancora non si è liberato da quello col Milan.

Del resto, è noto che a lungo s’era pensato a Sarri. La prospettiva aveva in sé una nota romantica. Perché, nonostante il ‘comandante’ con l’andare alla Juve tradì sé stesso ed il suo credo, meritando disprezzo e deprecazione, il ritorno nell’anno del centenario avrebbe rievocato la stagione forse più esaltante del gioco azzurro. Sì, Sarri commise un grave ‘peccato’, lasciandosi sedurre dal ‘male’. Ma dal peccato ci si può sempre redimere. A meno che non lo s’incarni in sé, come sembra voler ostentare – onestamente – Conte (essersi liberati di lui, perciò, in qualche modo potrebbe significare mettersi in un cammino di salvezza). D’altro canto, il «sarrismo» è stato fenomeno oggettivo, che prescinde dal soggetto che gli ha dato vita. Sarri ha peccato. Ma ciò non cancella quel che ha fatto a Napoli, che resterà per sempre, scolpito indelebilmente nella storia.

In verità, sembra che ormai su ADL pesi troppo l’influenza di Manna (altro juventino doc). Mi è stato riferito che, per Allegri, «qualcuno che non è il Presidente ha insistito tanto». Il processo di ‘juventinizzazione’, quindi, continua. Il terreno è stato occupato da coloro ai quali, secondo me, del patrimonio genetico dei tifosi azzurri è rimasto quasi nulla. Abbiamo sopportato due anni. E perseverare sarebbe puro autolesionismo. Siamo di nuovo al ricatto emotivo. È ovvio, e persino banale, affermare che «A governare devono essere i governanti». Nondimeno, quando si governa senza il consenso dei governati, si rischia di generare risposte capaci di sovvertire il potere. Basta girare nelle strade per capire che Allegri goda di un consenso assai scarso. Siccome difendiamo Napoli e amiamo la sua squadra alla follia, proviamo a mettere in guardia dai processi autodistruttivi. Saremo falliti, ma non avveleniamo pozzi, lottiamo per la sopravvivenza contro un male pervasivo. Chi pratica il quale ci tratta in modo protervo, arrogante e intollerabile, solo per esprimere un pensiero loro sgradito.

La speranza è l’ultima a morire. E allora, che Allegri ripudi il «corto muso» e si lasci inebriare dalla ricerca della bellezza. Perseverare sarebbe disperante, non soltanto diabolico".