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Inter-Napoli, l'editoriale di Zito: "La banalità del Max"

Inter-Napoli, l'editoriale di Zito: "La banalità del Max"TuttoNapoli.net
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Oggi alle 19:15Le Interviste
di Davide Baratto
L’ennesima sconfitta della stucchevole e anacronistica retorica del “calcio senza logica”

Francesco Zito, analista di Kickest, commenta Inter-Napoli 3-2 nel suo editoriale per TuttoNapoli.net

"Quando abbiamo la palla bisogna far gol, quando non ce l’abbiamo bisogna non prenderne […]. Il calcio non ha una logica, dovevo difendere in area, ho messo un difensore e ho preso gol dentro l’area”. Basterebbe far leggere queste parole, così irritanti nella loro semplicistica riduttività, a tutti coloro convinti che la sconfitta del Napoli sia stata decisa dal pallone sbucciato da Anguissa. Perché perquanto gli ultimi rocamboleschi minuti avrebbero potuto orientare il risultato da una parte o dall’altra, l’apparentemente folle copione di Inter-Napoli ha seguito un corso più che logico, a dir poco prevedibile, anche per il più fatalista degli allenatori. Anche per chi, quando gli episodi non sorridono, non perde occasione di definire il calcio “lo sport del diavolo”. Anche per chi demanda all’intrinseca natura irrazionale del gioco una catena consequenziale di eventi, causati dalle sue stesse scelte consapevoli.

Paradossalmente, nell’ostico avvio di campionato partenopeo, la sfida di San Siro era quella che più si prestava al piano gara preferito dal tecnico livornese; quello stile di gioco che, come l’ostrica verghiana tenacemente aggrappata al suo scoglio, gli ha permesso di resistere alla travolgente fiumana del progresso del calcio moderno. D’altronde, aveva sempre avuto ragione lui (almeno fino all’ultima giornata dello scorso campionato): organizzazione difensiva, transizioni e presunta capacità di indirizzare gli episodi gli erano (quasi) sempre bastate per raggiungere l’obiettivo minimo, affrontando con profitto gli scontri diretti e vincendo entrambi i derby dello scorso anno. Sapevamo che al Meazza non avremmo visto nulla di diverso. Analizzando con onestà intellettuale, si prospettava un’impostazione corretta, per contenere un’avversaria qualitativamente superiore e provare a colpirla in ripartenza.

Dopo un avvio in apnea in cui l’Inter - come annunciato - palleggia stabilmente nella metà campo azzurra entrando ripetutamente in area, il Napoli si assesta. Tiene il pallone, riesce ad abbassare i ritmi delle ondate avversarie, sorprendendo più di una volta i nerazzurri in campo aperto e confezionando le occasioni più nitide della prima frazione, salvo tremare prima dell’intervallo sulla traversa di Dimarco. Sebbene gli errori in uscita palesati nei primi due incontri permangano e la costruzione si confermi difficoltosa, il bilancio del primo tempo è in equilibrio: la posizione di Bisseck e le scorribande di Diouf, accentuate dal blocco basso, creano più di qualche incertezza alla difesa azzurra, ma le scalate sono abbastanza puntuali e i centrali lavorano bene sui rispettivi riferimenti. Il Napoli è centrato sulla partita che deve condurre e dà la sensazione di poter impensierire un’Inter che ha esaurito la potenza di fuoco dei primi minuti.

I secondi 45 minuti sono il manifesto dell’inattualità dell’allegrismo contemporaneo, un approccio al gioco del calcio desueto e ormai da anni in fase crepuscolare. Politano prima e Hojlund poi, sfruttando due situazioni episodiche e la passività della retroguardia interista, a distanza di tre minuti portano il Napoli addirittura sullo 0-2. D’ora in avanti, raggiunto il miglior scenario possibile sul campo della squadra più forte del campionato, si susseguiranno una sfilza di errori e scelte sbagliate, in primis nei concetti, che condurranno al più logico degli epiloghi. La prima reazione del Napoli al doppio vantaggio è quella di abbassarsi ulteriormente, invitando i nerazzurri all’assedio. Nel secondo tempo il baricentro passa dai 46 metri del primo a 41. Tre minuti dopo il raddoppio, un’Inter tramortita riapre l’incontro. Tra il 60’ e il 75’ il Napoli è completamente in balia dell’avversario, come testimoniato dal dato sul possesso palla: in quei minuti, l’Inter sfiora l’80% di possesso e gli azzurri non riescono mai a gestire la sfera, né tanto meno a risalire il campo. Si gioca a una porta. 

L’unica idea dalla panchina è inserire l’ultimo – e praticamente unico – arrivato Badiashile (che non compariva in gare ufficiali da marzo) al posto di Alisson Santos. Una sostituzione emblematica di chi non ha altre risorse se non difendere a oltranza e sperare che il vento soffi dalla propria. Come naturale conseguenza, senza nessun filtro, l’Inter arriva con ancora maggior facilità a ridosso dell’area partenopea e, come a gettare una pietra tombale sulla filosofia di gestione del vantaggio di Allegri, Thuram pareggia i conti sovrastando proprio quel centrale entrato al posto dell’esterno offensivo per fronteggiare i traversoni. 

Arretrare sullo 0-2 contro una squadra qualitativamente superiore e che ti aggredisce senza sosta, smettendo di ricercare qualsiasi trama di gioco per provare a risalire il campo, significa consegnarsi. Aggiungere un centrale schiacciandosi ancor di più in area, invece di intervenire a monte per impedire agli avversari di crossare, è segno di una recidività ideologica deleteria, che nel lungo periodo non premia mai chi specula. I 29 tiri concessi e i 3.86xG accumulati dall’Inter sono lo specchio di questo atteggiamento, che non può portare praticamente mai al risultato. Nulla di più logico. Il calcio moderno favorisce sempre più spesso chi ha il coraggio di controllare il gioco, mantenendo salda la propria identità durante l’arco della gara: avvinghiarsi agli episodi e ridurre gli eventi alla semplice assenza di logica equivale a nascondersi dietro a un dito. È la strategia comunicativa di chi possiede pochi argomenti di campo, di chi si solleva dalle responsabilità arroccandosi sulle sue convinzioni, ampiamente smentite dal campo, senza alcuna capacità autocritica e ancor minori prospettive di crescita.